La notte di Capodanno a Crans-Montana, segnata dall’improvviso e devastante incendio in un locale affollato di giovani, ha lasciato dietro di sé dolore, domande senza risposta e vite spezzate. Tra queste c’è quella di Achille Barosi, sedici anni, milanese, morto nel tentativo – forse – di tornare indietro quando il pericolo era già evidente.
“La cosa che non riesco a togliermi dalla testa è questa: Achille è rientrato quando c’erano già le prime fiamme”. Giovanni Barosi, cugino di Nicola, padre di Achille, lo racconta senza alzare la voce, come si dicono le cose che non cercano enfasi. “È un dettaglio che pesa. Il fumo, il fuoco, il disordine. E ha pensato di poter fare in tempo”. Poi si ferma un istante. “Gli adolescenti hanno una percezione alterata del pericolo, a volte lo sfidano, lo sottovalutano. Ma non escludo sia rientrato per aiutare qualcuno, generoso com’era”.

Achille aveva sedici anni. Milano addosso anche in montagna. Gli amici, la musica, la voglia di festeggiare il Capodanno a Crans-Montana. “Difficilissimo parlare al passato. Achille ha fatto il cenone e festeggiato la mezzanotte a casa sua con i genitori, la famiglia di Giuseppe Giola, che adesso è a Niguarda, e altri amici. Dopo i ragazzi sono andati a Le Constellation per salutare Chiara Costanzo e Francesca Nota, quest’ultima a sua volta era con alcuni suoi compagni di classe del Virgilio. Se fossero rimasti a casa di più… Ma bisogna pensarla come una inevitabile fatalità, altrimenti dal dolore non si sopravvive”.

Biondo e molto alto per la sua età, Achille era figlio unico. “Dal bisnonno Osvaldo Borsani aveva preso l’amore per l’architettura, si leggeva i libri che aveva scritto lui tantissimi anni fa. All’artistico Orsoline non ha avuto dubbi nel scegliere quell’indirizzo. Fin da piccolo gli piaceva costruire, smontare. In camera sua c’è una collezione gigante di Lego. Era bravissimo a disegnare, da grande avrebbe sicuramente fatto grandi palazzi”, racconta il cugino, commuovendosi.

La sua quotidianità era fatta di gesti semplici e passioni coltivate con costanza. Andava spesso con il papà alle mostre d’arte e a lezione di tennis, studiava incalzato dalla mamma, portava in giro il suo cane bracco, Cioccolata. “A Milano abitano nella mia stessa via, in zona stazione Centrale, vicino al Museo delle Illusioni: sono abituato a vedere Achille la mattina presto, mentre lui va a scuola e io al lavoro…”.
Quella notte, dentro il locale, tutto degenera in pochi secondi. Achille è fuori. Rientra, “forse per aiutare gli amici”, quando all’interno ci sono già scintille che sembrano poca cosa. Invece il locale diventa una trappola: il soffitto prende fuoco, l’aria si fa corta. “Avevano lasciato casa da poco quando Giuseppe (Giola) ha chiamato la mamma dicendo di correre che bruciava tutto”. Poco distante, ancora al tavolo del cenone, ci sono anche i genitori di Achille e gli altri adulti.
Prima che le notizie inizino a circolare, scatta il passaparola tra le famiglie che si precipitano sul posto. Il telefono di Achille la prima volta squilla a vuoto, poi smette. “Mio cugino Nicola e Erica, la mamma, hanno passato tre giorni d’inferno all’Unità di crisi e sostegno allestita per i parenti dei dispersi, anche quelli di Chiara (Costanzo). Erano con loro quando è arrivata la terribile notizia del riconoscimento del corpo con il Dna – continua Giovanni –. Noi siamo una famiglia numerosa, ci siamo aggrappati con tutte le forze fino all’ultimo alla speranza che uno di quei pochi feriti rimasti senza nome fosse Achille”. Invece, sabato sera, arriva la notizia che non lascia più spazio alla speranza. Quell’istinto adolescenziale e altruista (“fare in tempo”) era senza ritorno.