Una telefonata nella notte, una porta che finalmente si apre, uno zaino pronto da mesi senza sapere se sarebbe mai servito davvero. Per Alberto Trentini e per chi lo aspettava in Italia è la fine di un incubo cominciato lontano, in un Paese in bilico e in un carcere dove il tempo sembrava fermo. Dopo 423 giorni di silenzi e paure, la sua storia arriva a una svolta che per mesi era sembrata impossibile.
Dietro questa liberazione c’è una vicenda lunga e tortuosa, fatta di diplomazia discreta e di attese estenuanti. Mentre a Caracas il clima politico cambiava lentamente, in un edificio sorvegliato un cooperante italiano aspettava di conoscere il proprio destino, insieme a un altro connazionale, Mario Burlò, rimasto intrappolato nello stesso sistema di detenzione opaco del Venezuela.

Alberto Trentini, la gioia più grande
Nella sede dell’ambasciata d’Italia a Caracas, Alberto ha potuto stringere di nuovo il suo passaporto italiano. Un gesto semplice solo in apparenza, che per lui ha significato una cosa sola: ritorno a casa. Con lui c’era anche Burlò, liberato dopo mesi di incertezza e trasferito nella rappresentanza diplomatica italiana come primo passo verso il rientro.

Da Roma è decollato un aereo militare incaricato di riportarli in patria. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha parlato di “gioia” e “soddisfazione“, mentre il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha annunciato ufficialmente la liberazione, spiegando che entrambi sono in buone condizioni dopo mesi difficili.

Alberto Trentini non è mai stato un detenuto come gli altri. Era stato fermato nel novembre 2024, mentre si spostava tra Caracas e la zona di Apure per le attività della sua Ong, impegnata nell’aiuto alle persone con disabilità e alle fasce più fragili della popolazione. Un controllo su strada, i documenti esibiti, il passaporto che cambia tutto e poi il trasferimento diretto nel carcere di El Rodeo I, struttura tristemente nota per la detenzione di oppositori e stranieri considerati merce di scambio.
Per oltre un anno non c’è stata alcuna accusa formale, nessun processo, nessun fascicolo giudiziario aperto. I primi mesi sono stati un buco nero fatto di silenzio, senza telefonate né contatti diretti con la famiglia. La prima visita consolare è arrivata solo dopo circa 200 giorni, alimentando in Italia il timore che la vicenda potesse finire dimenticata.
Accanto ai familiari si è mossa l’avvocata Alessandra Ballerini, già impegnata in altri casi complessi di diritti umani, con l’obiettivo di evitare che il nome di Trentini venisse oscurato. Secondo quanto riportato anche da ANSA, il suo caso è entrato presto in una trattativa riservata tra Italia e Venezuela, seguita lontano dai riflettori ma con un lavoro costante.
La svolta è arrivata solo con il cambio degli equilibri a Caracas. La caduta di Nicolás Maduro e l’ascesa di Delcy Rodriguez hanno aperto una nuova fase politica, segnata dal tentativo di ottenere un diverso riconoscimento internazionale e di ridurre le pressioni esterne. In questo contesto hanno pesato anche le richieste degli Stati Uniti, che hanno posto come condizione la scarcerazione di detenuti politici e stranieri.
Il nome di Trentini non è comparso subito nelle prime liste di rilasci, quelle più semplici da spendere sul piano mediatico. È arrivato solo nella seconda tranche, la più delicata, dove ogni decisione è frutto di contatti diplomatici riservati e di equilibri fragili con apparati ancora legati a Diosdado Cabello. Per l’Italia il nodo è stato fino a che punto riconoscere il nuovo corso politico in cambio di risultati concreti.
La notte decisiva è stata scandita da telefonate continue e pressioni incrociate. Da Roma è partito un messaggio chiaro, la richiesta di un “segnale adesso“. Nel primo pomeriggio, ora locale, ai due italiani è stato comunicato che erano liberi. Trasferiti in ambasciata senza protocolli umilianti, per la prima volta Alberto ha potuto parlare con l’Italia senza filtri.
All’interno della sede diplomatica, l’ambasciatore Giovanni Umberto De Vito ha predisposto due stanze per garantire riposo e privacy prima del rientro. La presidente Meloni ha parlato di una “grande soddisfazione per l’Italia“, mentre Tajani ha ringraziato la rete diplomatica e l’intelligence, ricordando anche il ruolo del sottosegretario Alfredo Mantovano.
Restano aperte molte domande sul futuro dei rapporti tra Roma e Caracas e sul destino di altri detenuti stranieri. Per la famiglia di Alberto Trentini, però, adesso conta solo una cosa: vederlo scendere da quell’aereo e chiudere, almeno per lui, un incubo durato 423 giorni.