Per chi è cresciuto tra gli anni Ottanta e Novanta basta sentire un accenno di grammelot dell’Est per tornare subito lì, davanti alla tv, a ridere di due comici fuori dagli schemi. Uno dei due, quello più allampanato, con lo sguardo furbo e l’ironia sottile, negli ultimi mesi stava affrontando una battaglia durissima, lontano dai riflettori.
Una battaglia di cui si sapeva pochissimo, perché lui era così: riservato, allergico alla sovraesposizione, ma capace di riempire il palco appena si accendevano le luci. Nel frattempo l’amico di una vita, il compagno di scena, lo seguiva passo passo, tra ricoveri, terapie e la speranza che quel sorriso tornasse a farsi vedere anche fuori dalle repliche in tv.

Il ricovero, l’ictus e l’annuncio dell’amico di sempre
Dietro le quinte, però, la situazione era molto più seria. Quasi un anno fa Luciano Manzalini era stato colpito da un ictusche lo aveva costretto al ricovero e a una lunga riabilitazione. Da allora la sua salute era diventata fragile, minata da una malattia che lo debilitava sempre di più, fino all’ultimo, al pomeriggio trascorso alla clinica Villa Paola.
A raccontare cosa è successo è stato proprio Eraldo Turra, l’altra metà dei Gemelli Ruggeri: “Quasi un anno fa aveva avuto un ictus, purtroppo, ed era ricoverato”, ha spiegato, con la voce rotta dal dolore. Poi quelle tre parole che chiudono un pezzo di storia della nostra comicità: “Addio amico mio”.
Per chi li ha conosciuti solo di sfuggita, i Gemelli Ruggeri erano molto più di un semplice duo comico. Hanno attraversato gli anni Ottanta e i Duemila portando in tv un umorismo surreale e visionario, lontanissimo dalle battute scontate. Accanto a loro sono cresciuti nomi come Patrizio Roversi, Siusi Blady, Freak Antoni e Vito, una vera fucina di talenti.
Luciano, rispetto a Turra, era quello che tutti ricordavano come “lo smilzo”: fisico asciutto, movenze elastiche, tempi comici perfetti. Bastava un’espressione del viso per strappare la risata, senza bisogno di urlare o esagerare. Una comicità fatta di dettagli, sguardi e pause studiatissime.
Da Mixer a Drive In: quando la tv li scoprì
La grande occasione arriva con i Mixerabili, all’interno del programma di Gianni Minà su RaiDue. Lì qualcosa si accende: il loro modo di fare spettacolo incuriosisce, spiazza, fa parlare. E non ci mette molto ad attirare l’attenzione giusta, quella che cambia una carriera.
È Antonio Ricci infatti a notarli e a portarli nel mitico Drive In nel 1983, il laboratorio di comicità che ha lanciato un’intera generazione. Poi nel 1987 arrivano a Lupo Solitario, dove esplode una delle loro idee più geniali: due improbabili corrispondenti della tv di Stato di Croda, un immaginario Paese dell’Europa Orientale, che parlano in un irresistibile grammelot dell’Est.

“Una grande epopea, ci divertivamo moltissimo”, ricorda oggi Turra, quasi incredulo davanti al tempo che è passato. Quegli anni non sono stati solo successo, ma anche sperimentazione pura: satira, assurdo, invenzione linguistica fuse in un unico stile, riconoscibilissimo e difficilissimo da imitare.
Il loro modo di giocare con le parole, di deformare la realtà fino a farla diventare paradosso, ha lasciato un segno nel panorama televisivo italiano. Non era la solita comicità da cabaret: era qualcosa che ti restava in testa, che magari capivi davvero solo dopo qualche secondo di ritardo.
Dagli stacchetti a Quelli che il calcio fino a Colorado
Con gli anni Novanta i Gemelli Ruggeri non spariscono, si trasformano. Li ritroviamo in programmi cult come Quelli che il calci, che per anni è stato il salotto festoso della domenica pomeriggio, tra gol, sketch e improvvisazioni. E loro, con il loro stile surreale, diventano presenza fissa e amata.
Arrivano poi gli anni Duemila e un nuovo pubblico da conquistare: quello dei giovani cresciuti con Mediaset. Qui entrano a Colorado Cafè, il contenitore comico che raccoglieva l’eredità di Zelig, portando quella vena di follia raffinata che li ha sempre distinti, anche in mezzo a format più veloci e “da zapping”.
Nonostante la popolarità televisiva, per Luciano Manzalini il palcoscenico ha sempre avuto qualcosa di speciale. Il teatro era la sua vera casa, il luogo dove poteva giocare con tempi comici, corpi e silenzi senza filtri, sempre insieme a Turra, con cui ha continuato a lavorare fianco a fianco per decenni.
Le loro performance mischiavano comicità visiva, ironia verbale e una forte componente di improvvisazione. Ogni sera poteva nascere qualcosa di nuovo, mai visto prima. Ed è lì che il pubblico, a pochi metri di distanza, percepiva tutta la profondità di un artista che sapeva far ridere e pensare nello stesso momento.

A raccontare chi fosse davvero Luciano fuori scena è ancora una volta Eraldo Turra: “Luciano era una persona schiva, ma non si può dire che non amasse stare sotto i riflettori”. Un contrasto solo apparente: lontano dalla tv teneva un profilo basso, ma davanti al pubblico si trasformava.
“Aveva uno sguardo ironico sulla vita, capace di osservare tutto in modo diverso, con un’ironia profonda un po’ alla Stanlio e Olio. E questo mi mancherà moltissimo”, confessa, lasciando intravedere quanto il legame tra loro andasse ben oltre il lavoro. Non solo colleghi, ma amici, complici, quasi fratelli.
Il talento di Luciano Manzalini non si limitava alle gag televisive: era capace di creare **personaggi memorabili** e situazioni talmente surreali da sembrare sogni, ma che il pubblico ricorda ancora a distanza di anni. E chi li ha visti da bambini oggi li riguarda sulle clip in rete con la stessa tenerezza di allora.
La sua comicità ha unito generazioni diverse, quelle cresciute con Drive In e quelle abituate a recuperare tutto su YouTube e social. Leggerezza e riflessione, risata immediata e sottotesto intelligente: è questo mix che rende difficile dimenticarlo, anche ora che il sipario sulla sua vita si è chiuso.
Oggi il mondo dello spettacolo saluta un artista che ha lasciato un segno indelebile nella televisione italiana nella comicità e nel teatro. Colleghi, amici e fan ricordano sketch, battute, tormentoni, ma soprattutto quello sguardo ironico che sembrava prendersi gioco di tutto, anche delle difficoltà.
I video, le vecchie registrazioni, le repliche dei programmi diventano ora l’archivio vivo di ciò che è stato. Luciano Manzalini se ne va a 74 anni, ma il suo modo di far ridere, di capovolgere la realtà con un gesto o una parola, resterà nella memoria di chi l’ha visto in tv, a teatro o anche solo in uno spezzone condiviso sui social.