Mancava pochissimo. Il tempo di guardare l’orologio e trattenere il fiato, mentre la paura di un’escalation sembrava scivolare da ipotesi a certezza. In quelle ore, tra messaggi durissimi e telefoni roventi, una sola domanda girava ovunque: davvero si sta per andare fino in fondo?
La sensazione era quella di un mondo appeso a un filo, sospeso tra sollievo e diffidenza. E poi, all’improvviso, la notizia che sposta tutto: una pausa, una finestra stretta, un tentativo di fermare il conto alla rovescia prima che diventi irreversibile.

La svolta all’ultimo minuto: stop temporaneo e diplomazia in corsa
A meno di novanta minuti dalla scadenza dell’ultimatum, arriva il cambio di passo: Teheran decide di riaprire lo Stretto di Hormuz e da qui prende forma una tregua di due settimane con gli Stati Uniti. Un gesto concreto, su un punto che vale oro per l’economia globale, che consente di fermare (almeno per ora) i bombardamenti annunciati da Donald Trump e di spostare lo scontro sul terreno della diplomazia.
La svolta arriva dopo ore di tensione altissima, alimentate dalle parole del presidente americano. Una frase, soprattutto, avrebbe fatto tremare i palazzi e le cancellerie: Trump avrebbe evocato la possibilità di “cancellare la civiltà iraniana”. Un’espressione che, per molti, suonava come il preludio a un attacco imminente e su larga scala.
In mezzo, un lavoro sotterraneo di contatti e mediazioni. A quanto emerge, un ruolo decisivo lo avrebbe avuto il Pakistan, che si è proposto come ponte tra le parti. E in parallelo anche Israele avrebbe scelto di fermare i raid, agganciandosi alla finestra di tregua che si è aperta.
Hormuz, il punto che può accendere (o spegnere) tutto
Il cuore della crisi, però, resta lì: lo Stretto di Hormuz. Un passaggio strettissimo, ma enorme per peso strategico, da cui transita una parte cruciale del traffico energetico mondiale. Ed è proprio su quel corridoio che si regge l’intesa: Teheran consentirebbe il transito delle navi per i prossimi quattordici giorni, mantenendo comunque il controllo militare dell’area.

Un equilibrio fragile, quasi chirurgico. Perché non cancella la tensione, non risolve le cause, non spegne i sospetti: li congela. Ma, in un momento così, congelare può voler dire guadagnare tempo. E il tempo, quando la miccia è accesa, vale quanto la pace.
Trump avrebbe formalizzato la sospensione dei bombardamenti proprio sulla base di questo sviluppo, interpretando la riapertura come un segnale “sufficiente” per provare ad aprire una fase negoziale. Non un gesto unilaterale, quindi, ma un incastro tra pressione e apertura, tra minaccia e trattativa.
Venerdì il faccia a faccia: si tratta a Islamabad
Queste due settimane, in realtà, hanno un obiettivo preciso: arrivare a un accordo più ampio. Il primo round di negoziati tra Stati Uniti e Iran è previsto venerdì a Islamabad, con il Pakistan nel ruolo di mediatore. Sul tavolo, secondo quanto filtra, ci sarebbe già una proposta articolata, considerata una base concreta per provare a chiudere un’intesa.
Ma la parola “tregua” resta pesante, e porta con sé una scia di ambiguità. Le operazioni militari si fermano, sì, però la frattura resta lì, intatta, pronta a riaprirsi. Molto dipenderà da ciò che accadrà in questi quattordici giorni: se la riapertura di Hormuz diventerà il primo passo verso un accordo stabile o soltanto una pausa prima di una nuova, devastante escalation.