Due settimane con il fiato sospeso, tra luci fredde di corsia, monitor che suonano e notti passate su una sedia, senza mai davvero dormire. È in questo tempo sospeso che una famiglia romana ha vissuto ogni ora, aspettando un segnale, anche piccolo, che potesse cambiare tutto.
Tutto è cominciato in quella notte maledetta a Crans-Montana, in Svizzera, quando una gita che doveva essere solo spensieratezza si è trasformata in incubo. Un incendio improvviso, le fiamme, le urla, la fuga disperata: una comitiva di adolescenti italiani travolta da un rogo che ha lasciato dietro di sé dolore, domande, e ragazzi tra la vita e la morte.

Manfredi, 16 anni, il più grave tra i ragazzi di Crans-Montana
Tra quei ragazzi c’è **Manfredi Marcucci**, 16 anni, romano. Il suo nome, in queste ore, è diventato il simbolo di una battaglia durissima. Trasferito d’urgenza all’Ospedale Niguarda di Milano, è stato da subito tra i feriti più gravi: ustioni estese, danni alle vie respiratorie, condizioni definite critiche dai medici.
Per quattordici giorni Manfredi è rimasto in **coma farmacologico**. Un limbo doloroso, in cui a vegliarlo c’erano macchinari, equipe mediche e soprattutto i genitori, che non lo hanno mai lasciato solo. Ogni giorno un bollettino, ogni ora una speranza alternata alla paura di un peggioramento improvviso.
Il cambiamento in ospedale: cosa è successo nelle ultime ore
Nelle ultime ore, però, qualcosa si è mosso. Un passaggio apparentemente piccolo, ma enorme per chi lo attendeva da giorni. I medici hanno deciso di estubarlo, lo hanno trasferito nel centro ustioni specializzato e Manfredi ha iniziato piano piano a reagire agli stimoli, seguito passo passo dai sanitari.
Manfredi ha aperto gli occhi, ha provato a parlare, ha riconosciuto mamma e papà, rispondendo a qualche domanda. I medici parlano di un segnale positivo, ma continuano a usare tutta la prudenza possibile: il percorso di recupero è lungo, complesso, e non privo di rischi e possibili regressi, come già successo purtroppo ad altri giovanissimi coinvolti nell’incendio.

“Posso andare in gita con la scuola?”: le prime parole di Manfredi
Le prime frasi pronunciate da Manfredi hanno colpito tutti per la loro semplicità disarmante. Guardando i genitori, ancora confuso, avrebbe chiesto sottovoce: “Posso andare in gita con la scuola? E i miei amici dove sono?”. Poche parole, ma fortissime, che raccontano lo stato della sua memoria e di quanto quella notte sia ancora un buco nero.
il 16enne rimasto gravemente ferito nell’incendio della discoteca «Le Constellation» di Crans-Montana, dove ha perso la vita il suo amico Riccardo Minghetti, ha avuto un altro pensiero per i suoi compagni di scuola del liceo francese Chateaubriand di Villa Borghese, che si trovano in gita culturale proprio a Milano per visitare i luoghi manzoniani. «Vorrei stare con loro», ha detto ancora al padre.
Manfredi continua a chiedere dei compagni e dei familiari. Non ricorda l’incendio, non ricorda il fumo, non ricorda la corsa verso l’uscita. Non sa, o non riesce ancora a realizzare, cosa è davvero accaduto in quelle ore drammatiche. E non sa nemmeno che proprio lì, tra le fiamme, ha perso la vita uno dei suoi migliori amici.

Riccardo, l’amico morto nel rogo: il dolore che deve ancora arrivare
Tra le ferite più profonde c’è la morte di Riccardo Minghetti, 16 anni, del quartiere Prati, uno dei migliori amici di Manfredi. Il suo nome è diventato il volto del lutto che ha travolto un’intera comunità: compagni di classe, vicini di casa, insegnanti, genitori che si ritrovano a piangere un ragazzo che aveva tutta la vita davanti.
Per il momento, la famiglia di Manfredi sceglie di non caricarlo di un dolore che il suo corpo e la sua mente non sono ancora pronti a sostenere. Prima la battaglia per il fisico, poi, quando i medici lo riterranno possibile, arriverà anche quella con la verità, con il lutto, con la consapevolezza di ciò che è successo davvero in Svizzera.
La corsa dei medici: cure, mascherina e terapia del dolore
Dal punto di vista clinico, le cure non si fermano un attimo. Gli interventi chirurgici, necessari per le ustioni, sono stati momentaneamente sospesi per qualche giorno, per permettere al suo corpo di recuperare un minimo di forza. Intanto, Manfredi è sottoposto a un’intensa terapia del dolore e a medicazioni frequenti e delicate.
I danni riportati alle vie respiratorie lo costringono ancora a indossare una mascherina ossigenante, che rende difficile parlare a lungo e lo affatica molto. Ogni parola è uno sforzo, ogni sguardo un passo avanti. Ma per la famiglia poterlo vedere sveglio, sentirlo bisbigliare qualche frase, è una luce che si accende in fondo a un tunnel che, fino a poco tempo fa, sembrava non avere uscita.
Intorno a lui, la squadra di medici, infermieri e specialisti del Niguarda continua a lavorare con estrema cautela. Le prossime ore e i prossimi giorni saranno decisivi per capire come reagirà il ragazzo, quali saranno i tempi e le tappe di un recupero che si annuncia lungo, fatto di più interventi, riabilitazione e, soprattutto, tantissima forza psicologica.
In reparto, però, oggi c’è un’aria diversa. Non è serenità, non ancora. È una speranza fragile, che si nutre di piccoli gesti: uno sguardo, una mano stretta, una domanda ingenua su una gita che per lui non è mai finita. E che, per chi gli vuole bene, segna l’inizio di un ritorno alla vita.