Da quando la Procura di Pavia ha deciso di riaprire per la terza volta il fascicolo su Andrea Sempio, il caso di Garlasco è tornato a vibrare come una corda tesa, riportando alla luce ombre, interrogativi e frammenti di testimonianze rimasti per anni ai margini dell’attenzione pubblica. Ogni dettaglio di quell’agosto di diciotto anni fa è improvvisamente riemerso, quasi a chiedere una nuova lettura.
Tra questi, uno dei più enigmatici riguarda ciò che accadde non nella villetta di via Pascoli, ma qualche chilometro più in là, nella casa disabitata della nonna di Chiara Poggi, a Gropello Cairoli. I carabinieri raccolsero le prime dichiarazioni già il 22 agosto, quando lo choc dell’intera comunità era ancora vivo.

Garlasco, rispunta fuori il giallo delle luci accese a casa della nonna di Chiara Poggi
La sera del 12 agosto 2007, poche ore prima dell’omicidio, i vicini notarono qualcosa che all’epoca insospettì e che oggi torna a pesare come un tassello fuori posto. Una presenza inattesa, un’automobile non riconosciuta, luci accese dove non avrebbero dovuto esserlo. Chi si trovava in quella casa ormai chiusa da mesi? E perché? Domande che allora non trovarono risposta e che adesso, con il nuovo impulso giudiziario, riprendono corpo, come se potessero custodire un collegamento mai esplorato fino in fondo con la tragedia avvenuta la mattina successiva a Garlasco.

Un vicino raccontò di aver osservato, tra le 22.10 e le 22.15 del 12 agosto, “le luci accese delle stanze poste al piano superiore della villetta in uso a Mariuccia Galli, madre di Rita Preda e la nonna di Chiara Poggi”. Subito dopo aggiunse di aver notato “una autovettura, della quale non sapeva indicare la marca né il modello né il colore”, parcheggiata davanti alla recinzione. Ciò che lo colpiva, disse, era il fatto che la proprietaria dell’abitazione si trovasse da mesi ricoverata nella casa di cura di Gropello Cairoli: nessuno, dunque, avrebbe dovuto essere lì.
Un secondo vicino confermò la percezione di qualcosa di anomalo, ma con particolari leggermente diversi, come se il quadro mutasse a seconda dell’angolazione dello sguardo. Raccontò di aver visto, tra le 21.30 e le 2 del giorno 11 e/o 12 agosto, una “autovettura di piccole dimensioni di colore chiaro”, sempre accostata al muro perimetrale dell’abitazione. Disse anche di averla sentita ripartire verso le 2. Eppure, a differenza dell’altro testimone, giurò che dall’interno non filtrasse alcuna luce perché “le tapparelle delle finestre erano abbassate”. Due versioni differenti, forse complementari, forse incompatibili: nessuna, però, ha mai condotto a un volto, a un nome, a una spiegazione.

Quello che oggi appare ancora più inquietante è che, nonostante diciotto anni di processi, sentenze, archiviazioni e riaperture, nessuno abbia mai chiarito chi fosse a sostare, e forse a muoversi, nella casa della nonna di Chiara Poggi la sera precedente al delitto. Non la vittima, certamente: quella notte Chiara era nella sua abitazione con il fidanzato Alberto Stasi, l’unico condannato in via definitiva per l’omicidio. Un’assenza che rende ancor più inspiegabile la presenza di luci accese e di un’auto sconosciuta.
Proprio le testimonianze raccolte allora, tuttavia, aprono anche un’altra finestra: quella degli ultimi giorni di Chiara, raccontati attraverso le parole di chi la incrociò nella quotidianità. Il signore che custodiva le chiavi della casa della nonna – incaricato, con il consenso dei Poggi, di curarne giardino e orto – spiegò ai carabinieri di aver visto la ragazza il 10 agosto intorno alle 10.20. Avevano scambiato qualche parola, poi Chiara si era dedicata alla raccolta dell’uva, intenzionata a portarla alla nonna ricoverata. Gli accertamenti dei militari confermarono la sua visita: il personale della struttura e la stessa Maria Galli ricordavano bene quell’incontro. Fu l’ultima volta in cui nonna e nipote si videro.


Ed è qui che il racconto sembra richiudersi su se stesso: da un lato una giovane donna che, nei giorni immediatamente precedenti al delitto, continua a prendersi cura degli affetti più cari; dall’altro un’abitazione familiare in cui qualcuno entra, sosta, accende luci o resta al buio, e poi sparisce senza lasciare tracce. Una presenza che la giustizia non ha mai identificato e che oggi torna a farsi sentire come un’eco lontana, forse marginale, forse decisiva.
Con la riapertura dell’indagine su Andrea Sempio, ogni dettaglio del 2007 è tornato a essere un possibile indizio. Anche quella casa silenziosa, quella notte d’agosto e quelle luci inspiegabili potrebbero riacquistare un significato nuovo. Perché, come dimostra la storia di questo caso, nulla è davvero secondario finché la verità non viene trovata.