Il cinema italiano perde uno dei suoi volti più prolifici, uno di quei registi capaci di raccontare un’epoca con leggerezza e ironia, ma anche con uno sguardo attento ai cambiamenti della società. La notizia della sua scomparsa è arrivata nelle ultime ore, lasciando sgomento tra appassionati e addetti ai lavori, che riconoscono in lui uno degli ultimi rappresentanti di una stagione irripetibile.
A colpire non è soltanto la morte di un autore, ma la fine simbolica di un modo di fare cinema che ha segnato profondamente l’immaginario collettivo. Un cinema fatto di commedia, provocazione e intuizioni popolari, capace di riempire le sale e diventare fenomeno culturale, nonostante per anni sia stato guardato con sospetto dalla critica.

Michele Tarantini aveva 83 anni
A spegnersi è stato Michele Massimo Tarantini, morto a Rio de Janeiro all’età di 83 anni. La conferma, arrivata dopo le prime indiscrezioni diffuse in Brasile, ha fatto rapidamente il giro dell’Italia, accompagnata dalle parole commosse del cugino Sergio Martino, anche lui figura centrale del cinema di genere.
Il suo nome è indissolubilmente legato alla stagione d’oro della commedia erotica all’italiana, un filone che ha saputo raccontare i desideri, le contraddizioni e le trasformazioni del Paese tra gli anni Settanta e Ottanta. Tarantini riuscì a trasformare produzioni a basso budget in veri successi, contribuendo a creare un linguaggio cinematografico immediatamente riconoscibile.
Nei suoi film hanno trovato spazio alcune delle icone più amate di quel periodo, da Gloria Guida a Edwige Fenech, fino a Barbara Bouchet, affiancate da interpreti simbolo della comicità come Lino Banfi, Renzo Montagnani e Alvaro Vitali. Pellicole come La liceale o L’insegnante viene a casa sono entrate nell’immaginario collettivo, diventando negli anni veri e propri cult rivalutati anche dalla critica.
Ma ridurre la sua carriera alla sola commedia sarebbe limitante. Tarantini ha dimostrato una notevole versatilità, firmando anche film di azione e polizieschi duri come Napoli si ribella e Poliziotti violenti, capaci di competere per ritmo e tensione con le produzioni internazionali. In queste opere emergeva un’altra anima del regista, più cruda e diretta, ma sempre efficace.
Nel corso della sua carriera ha saputo reinventarsi più volte, arrivando persino a sperimentare con il fantasy e l’avventura, spesso utilizzando pseudonimi per affacciarsi ai mercati esteri. La sua regia, essenziale ma incisiva, puntava sempre a coinvolgere il pubblico senza inutili sofisticazioni, privilegiando ritmo e immediatezza.
Negli ultimi anni aveva scelto il Brasile come sua seconda casa, continuando a lavorare e a coltivare la sua passione per il cinema. Il ritorno in Italia nei primi anni Duemila per dirigere Se lo fai sono guai ha rappresentato l’ultimo capitolo di una carriera lunga quasi quarant’anni. Oggi il suo nome resta legato a un’epoca che non tornerà più, ma che continua a vivere attraverso film capaci di raccontare, con ironia e libertà, un pezzo importante della storia culturale italiana.