
La sconfitta di Jannik Sinner nella semifinale degli Australian Open contro Novak Djokovic ha lasciato una scia di interrogativi che va ben oltre il risultato del campo. A Melbourne, dove tutto sembrava apparecchiato per un nuovo passo avanti nella sua crescita, il numero uno azzurro si è fermato ancora una volta nel momento in cui la partita si è trasformata in una battaglia di resistenza, mentale prima ancora che fisica. Un epilogo che ha riacceso vecchi dubbi e ne ha fatti emergere di nuovi.
La notte successiva al ko è stata tutt’altro che riposante. Sinner è rientrato in albergo alle tre del mattino, con la testa piena di pensieri e il sonno rimasto lontano. Quattro ore abbondanti di match hanno lasciato strascichi evidenti: la condizione fisica non impeccabile, alcune scelte tattiche discutibili nei momenti decisivi e quella sensazione già vissuta altre volte, quando la partita si allunga e il rendimento cala. Dettagli che, messi insieme, iniziano a delineare un quadro meno casuale di quanto sembri.
Sinner, gli indizi e i dubbi dietro il ko
Col passare delle ore, gli indizi si sono accumulati fino a diventare qualcosa di più concreto. Le partite lunghissime, quelle che superano abbondantemente le tre ore, continuano a rappresentare un terreno scivoloso per Sinner. Non è la prima volta che accade, e il confronto con un avversario come Djokovic, maestro nel gestire i tempi e le energie, ha reso tutto ancora più evidente. Una fragilità che non cancella il talento, ma che chiede risposte rapide.

Sabato c’è stato il primo faccia a faccia con lo staff, senza sconti né alibi. Insieme a Simone Vagnozzi, Darren Cahill, al preparatore atletico Umberto Ferrara e al fisioterapista Alejandro Resnikoff, Sinner ha iniziato ad analizzare cosa non abbia funzionato. L’Australian Open doveva essere il trampolino ideale, sul cemento che lo aveva visto trionfare nelle ultime due edizioni. Invece è arrivato l’addio al sogno del Grande Slam e un rallentamento nella corsa al ranking.

A fine match, davanti ai microfoni, Sinner ha provato a smorzare i toni con poche parole: “Può succedere”. Ma già durante il torneo qualcosa non tornava. Allenamenti a porte chiuse, segnali di fatica, crampi improvvisi e un volto spesso provato hanno accompagnato il suo cammino. Nel quinto set contro Djokovic, le occasioni non sono mancate: 16 palle break sprecate complessivamente, otto solo nella frazione decisiva. Numeri che difficilmente possono essere liquidati come una semplice coincidenza.
In coda a questa analisi, emerge l’elemento che potrebbe spiegare molte cose. Secondo quanto riportato da Repubblica, alla base del ko potrebbe esserci stata anche la voce di un possibile virus influenzale, mai chiarito fino in fondo, che avrebbe condizionato la preparazione e il rendimento di Sinner a Melbourne, come già accaduto ad altri giocatori nel corso del torneo. Ora qualche giorno di pausa, poi il ritorno al lavoro in vista di Doha. Le domande restano sul tavolo. Le risposte, per Sinner e il suo team, devono arrivare in fretta.