
Si riparte da tre pilastri: osservatori, istruttori e soldati. L’architettura di sicurezza per l’Ucraina varata dal vertice dei Volenterosi è complessa, ma per la prima volta disegna uno schema riconoscibile. Al centro del progetto resta il coinvolgimento degli Stati Uniti sul terreno, considerati l’unica garanzia credibile per la stabilità futura del Paese aggredito.
Agli Usa spetterebbe la guida della forza di monitoraggio della pace, incaricata di verificare il rispetto della tregua lungo la linea di contatto. Nelle ipotesi circolate nei mesi scorsi si parlava di una prima zona completamente smilitarizzata e di una seconda fascia – larga almeno 20 chilometri – priva di armamenti pesanti. Un’area immensa, considerando che il fronte si estende per circa mille chilometri, includendo anche il tratto finale del fiume Dnipro.
In totale si tratta di oltre 60 mila chilometri quadrati da sorvegliare, una superficie paragonabile a Veneto, Lombardia e Piemonte messi insieme. Un controllo impossibile da garantire solo con i boots on the ground, ossia osservatori disarmati di diverse nazionalità. Il vero perno del sistema sarebbe tecnologico: satelliti, droni e sensori elettronici, tutti gestiti da Washington.

Le informazioni raccolte dalla rete di intelligence statunitense non servirebbero solo a certificare eventuali violazioni, ma finirebbero per alimentare la task force di deterrenza pronta a intervenire in caso di nuove aggressioni. Questa forza combattente sarebbe composta quasi esclusivamente da truppe europee, con un ruolo centrale di Francia e Regno Unito e il contributo di Turchia con aerei e navi a protezione delle rotte nel Mar Nero.
Una composizione che richiama la storia: Parigi, Londra e Ankara furono alleate nel 1855 durante la guerra di Crimea, per fermare l’espansione dello zar. Un parallelismo suggestivo, anche se al vertice di Parigi non è stato esplicitato. Resta però evidente il riconoscimento di un ruolo strategico di Erdogan negli equilibri di sicurezza europei.
Sui numeri domina l’incertezza. Si parla di 20-30 mila militari, senza chiarire se il contingente includa o meno quello turco. Pesano le esitazioni della Germania: il cancelliere Merz ha aperto a uno schieramento difensivo in un Paese confinante con l’Ucraina, salvo precisare che «nulla è escluso». Da sole, Francia e Gran Bretagna faticherebbero a mantenere più di 10-12 mila soldati in modo continuativo.

Con la rotazione quadrimestrale, l’impegno annuale salirebbe a 30-36 mila militari. Finora si sono fatti avanti Olanda, Paesi Baltici, Canada e Australia. Deciso invece il no di Italia e Polonia, mentre il premier spagnolo Sánchez ha annunciato un confronto parlamentare. Un quadro frammentato che rende il progetto politicamente fragile.
Numeri così ridotti rischiano di relegare la missione dei Volenterosi a un ruolo simbolico. La Russia può muovere rapidamente mezzo milione di soldati e migliaia di mezzi corazzati. Per confronto, lungo i 250 chilometri della linea di demarcazione tra le due Coree, gli Stati Uniti schierarono inizialmente 225 mila militari. Il vero deterrente resterebbe la superiorità aerea occidentale, ben lontana però dallo slogan “mare, cielo e terra sicuri”.
A complicare il quadro c’è la rigenerazione dell’esercito ucraino, considerata l’unica difesa strutturale dell’indipendenza di Kiev. Dopo quattro anni di guerra, servono nuovi effettivi da addestrare per raggiungere gli 800 mila soldati previsti nei negoziati. I 34 Paesi della coalizione, Italia compresa, continueranno a fornire armi, munizioni e finanziamenti, oltre a sostenere fortificazioni e logistica.
Gli Stati Uniti resterebbero ufficialmente in seconda linea: intelligence e supporto logistico, più una garanzia di intervento in caso di aggressione, ispirata all’articolo 5 della Nato ed estesa ai 34 alleati. Al summit in Florida, Trump ha offerto una copertura di 15 anni, mentre Zelensky chiede 50 anni. Ma tutto dipenderà da una condizione chiave: la certezza che Washington sia davvero pronta a confrontarsi con Mosca.